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Tutti i dubbi sui biocombustibili
In un convegno del Cnr sono emerse scarsa fattibilità e poca convenienza economica di queste fonti di energia alternativa.
Biocombustibili fra realtà e illusioni: il ricorso all'utilizzo delle biomasse come fonte di energia alternativa, o per meglio dire integrativa, è una carta sulla quale puntare, oppure la posta in gioco presenta davvero scarse prospettive competitive? Tale alternativa è giustificata o meno da provate indagini di fattibilità?
Su questi interrogativi si è snodato il "leit motiv" di un incontro svoltosi di recente a Roma al Cnr, primo di una serie di iniziative previste nell'ambito della commissione per la diffusione della cultura scientifica istituita mesi orsono dal Cnr e coordinata da Luciano Caglioti.
Promosso in collaborazione con l'Accademia nazionale delle scienze, presiedute da Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, la Fondazione Adriano Olivetti e l'Unione giornalisti scientifici italiani (Ugis). Ricavato per estrazione da substrati di biomasse, un biocombustibile liquido o gassoso (come ad esempio etanolo, metanolo, biodiesel) è conveniente quale sostituto anche parziale di combustibili fossili?
La fattibilità. Il dilemma sta nella fattibilità di una sua produzione su larga scala al fine di renderlo competitivo al petrolio. E qui entrano in gioco le analisi dei criteri di valutazione da adottare e quelle del ciclo dei biocombustibili dalla produzione al consumo, documentate da Mario Giampietro, biochimico dell'Istituto nazionale di ricerca dell'alimentazione e nutrizione, e da Sergio Ulgiati, fisico specialista in analisi energetiche dell'università di Siena; o ancora la valutazione integrata delle fonti di energia alternativa, illustrate da Giuseppe Munda, economista dell'Università autonoma di Barcellona.
Al di là di realtà sporadiche di biogas prodotto con rifiuti urbani e industriali, come è il caso in Italia dell'impianto realizzato a Brescia e di altri in fase progettuale.
La convenienza. A fronte di esperienze maturate all'estero e dai dati acquisiti, alcune osservazioni sono emblematiche. «In Cina - sottolinea Giampietro - la maggioranza dei 7 milioni di impianti di biogas sono stati abbandonati non appena l'energia commerciale fossile è diventata più accessibile nelle aree rurali. Analogo abbandono in Brasile, dove si è vissuta l'esperienza dell'etanolo prodotto su larga scala da canna da zucchero: qui un impianto atto a produrre l'equivalente di energia consumata in un anno da circa 40mila persone genera un inquinamento delle acque di scarico pari a quello delle fognature domestiche di una città di 2 milioni di abitanti».
In merito alla valutazione energetica dei biocombustibili esiste secondo gli esperti un grande equivoco. I calcoli si riferiscono a processi di produzione che richiedono petrolio per il loro funzionamento; intesa come alternativa al petrolio, la valutazione della resa energetica rispetto all'impatto ambientale e ai vincoli biofisici dovrebbe basarsi su un processo autosufficiente al 100%, ossia il ciclo di produzione dovrebbe generare sia i combustibili necessari per il suo funzionamento, sia quelli richiesti per il fabbisogno degli utenti.
In breve, la produzione di biocombustibili e sostenibile se non si basa su input fossili, perché in caso diverso ne condivide le stesse intrinseche debolezze: per ottenere un litro netto di biocombustibile occorre produrne 3, in quanto 2 vanno reinvestiti nel processo. In merito al ricorso ai residui agricoli per ricavarne energia di processo, si rileva che si facilita l'erosione del suolo, si impoverisce il terreno impedendo il ritorno di sostanze organiche, si riduce il valore come fonte di energia a causa della presenza di una frazione di acque, mentre ai costi di raccolta si aggiungono quelli di uno stoccaggio al l'asciutto di complicata attuazione data la grande quantità dei residui stessi.
Manca la terra. A tutto questo, ribadiscono gli esperti, va aggiunta la disponibilità di terreni utilizzabili per il settore energetico. In Italia la terra disponibile per persona è di 0,16 ettari: poiché attualmente ne occorrono 0,32 pro capite per il consumo di cibo, adottando il ricorso al biocombustibile occorrerebbero pro capite dagli 8 ai 14 ettari, qualcosa come da 50 a 87 volte la reale disponibilità di terra.
L'etanolo, biocombustibile maggiormente studiato negli Usa, se usato per coprire il 10% dei consumi energetici nei soli Stati Uniti porterebbe a un sottoprodotto di 3,7 tonnellate all'anno di mangimi animali, quantità 37 volte maggiore di quanto necessario pro capite, con conseguenti aumentati problemi di inquinamento. La cosiddetta "alternativa verde" del ricorso alle biomasse non è significativa nei Paesi industrializzati, sostiene Fabio Pistella, docente di economia applicata all'ingegneria all'Università Tor Vergata: potrebbe solo essere una soluzione di emergenza nelle «economia di guerra».
Affermazione suffragata da una riflessione (due scenari difficili da esaminare, quello di una crescita spaventosa dei costi del petrolio e quello condizionante della disponibilità di terreni) e da un dato emblematico: ogni anno i biocombustibili forniscono circa un MegaTep (milione di tonnellate equivalente di petrolio) rispetto a un consumo nazionale sui 200 MegaTep. Per Pistella il biocombustibile può essere preso in considerazione quale formula di approccio ristretto "di nicchia".
Che non sia una alternativa valida al petrolio lo affermano anche Giampietro e Ulgiati in uno studio circostanziato pubblicato da «Bioscience»: nessun Paese analizzato ha terra o acqua sufficienti da riservare ai biocombustibili per produrre energia; nei Paesi industrializzati un settore energetico interamente dedicato a tale sistema assorbirebbe dal 20% al 40% della forza lavoro, fattore non conciliabile con le attuali esigenze distributive; i costi ecologici sarebbero estremamente onerosi, gravando sui terreni arabili.
Paola De Paoli
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