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Fonte: Il Crotonese, del 30/09/2004 Categoria: Biomasse

I commenti sull'utilizzo del CDR nella centrale di Cutro

 

Pericoloso bruciare il Cdr nello stabilimento di Cutro
C'è il rischio che una soluzione provvisoria diventi definitiva.

 

Mi sembra doveroso dare alcune informazioni riguardo il Cdr (combustibile derivato da rifiuti) o come viene chiamato in Europa Rdf (refused derived fuel) visto che da parte delle istituzioni lo-cali si enfatizza la nostra appartenenza alla Unione Europea. Il Cdr ha mediamente la seguente composizione: 44% carta., 23% plastiche, 12% residui tessili, 4,5% scarti legnosi, 14% organico putrescibile e 2,5% inerti; il suo potere calorifico inferiore è mediamente pari a 15.000 kJ/kg (circa 3.600 kcal/kg).

Attualmente, sono due le possibilità di impiego di questo materiale: in impianti industriali (cementifici, acciaierie, centrali termoelettriche, ecc.) o in forni dedicati a griglia o a letto fluido per la produzione di energia elettrica. O, come nel nostro caso, quello del coincenerimento in impianti di tipo diverso, originariamente realizzati per fini di produzione beni, e quindi adattati tecnicamente e incentivati economicamente a bruciare Rdf in luogo di combustibili fossili.

E' evidente che l'attenzione della Comunità è incentrata su questo secondo aspetto per il rischio che le necessità delle politiche locali di riduzione dei rifiuti e la difficoltà di installare nuovi inceneritori a causa dell'ostilità dei cittadini comporti scelte azzardate verso soluzioni impiantisticamente e intrinsecamente meno sicure. Il pericolo, cioè, è che, con la trasformazione industriale di Rsu in un combustibile, cioè in una materia prima, non sia più assoggettato alle severe norme stabilite per le emissioni in atmosfera derivanti dal trattamento termico dei rifiuti.

Le caratteristiche e le modalità di impiego del Cdr sono state definite con D.M. 5/2/98.

I vari problemi ambientali collegati a quelli che una volta erano chiamati bruciatori aveva indotto lo Stato a chiuderli agevolando la nascita di numerose discariche che, purtroppo, non hanno fatto altro che aggravare il problema. Ecco che con il Decreto ministeriale n 503 del 19 novembre 1997 si fissano le condizioni per la combustione di rifiuti urbani. Tra le norme, vi è anche quella che non prevede agevolazioni per il recupero di energia termica da rifiuti tal quali. In tal modo, implicitamente, si invita ad utilizzare, al posto del rifiuto tal quale, il cosiddetto Combustibile da rifiuto (Cdr). E' doveroso sottolineare che come Cdr non possono essere utilizzate le frazioni derivanti dalla raccolta differenziata che, invece, sono destinate al riciclaggio, ovvero alla produzione di nuovi merci.

Riteniamo giusto segnalare come l'esperienza dell'uso del CDR per la produzione di energia non è entusiasmante sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale.

Le critiche sollevate da Medicina Democratica sull'uso di Cdr, riguardano principalmente la difficoltà di produrre un Cdr in grado di garantire il rispetto delle specifiche fissate dal ministero, in particolare: potere calorifico, ceneri, cloro e alcuni metalli (rame, piombo, cromo).

Un'altra critica riguarda gli effetti su qualità e quantità di Cdr del riciclaggio, ovvero del sistema di "smaltimento" che il Decreto Ronchi e le normative europee ritengono debba essere privilegiato. Ad esempio il recupero del 45% dei rifiuti, compreso il 10% della plastica, lascerebbe una quota di rifiuti utili per la produzione di Cdr con un potere calorifico di sole 1420 chilo calorie per chilo (Kcal/kg). Anche un recupero spinto della frazione organica nella raccolta differenziata renderebbe antieconomico la separazione dai rifiuti della quantità residua di materiale organico.

Un altro problema riguarda l'impatto ambientale dei fumi prodotti dal trattamento termico. Si ritiene, da parte di alcuni, che l'uso di Cdr in impianti industriali già esistenti comporti una maggiore emissione di metalli e diossine da parte di questi stessi impianti rispetto alla loro alimentazione con combustibili tradizionali.

A tal riguardo una corrente di pensiero, che fa capo ad un Settore del Ministero dell'Ambiente, ritiene che sia obbligatorio utilizzare il Cdr in inceneritori dedicati in quanto solo questi possiedono sistemi di abbattimento idonei a garantire emissioni entro i limiti considerati accettabili. Una tale preoccupazione (che conferma quanto fino ad oggi detto da noi ambientalisti, ovvero che è l'incenerimento che rende pericolosi i rifiuti urbani è più funzionale a sostenere gli interessi dei produttori di inceneritori che a tutelare la salute dei cittadini.

A tal proposito confermo che è inutile e pericoloso bruciare il Cdr nello stabilimento di Cutro, anche perché penso che la situazione sebbene temporanea, si parla di soli sei mesi, potrebbe diventare definitiva visti i ritardi nella costruzione e nella messa a piena regime dei termovalorizzatori calabresi. Sostengo inoltre, che il rischio di una discarica per il deposito degli scarti sia molto alta, visto anche l'alto costo del trasporto. Concludo sottolineando che incalcolabili saranno i danni d'immagine per un territorio la cui economia è strettamente legata alla zootecnia e all'agricoltura.

Paolo Asteriti,
Gruppo attivo - Wwf Crotone

 

I VERDI: PERCHÉ DICIAMO NO AL TERMOVALORIZZATORE
 

I termovalorizzatori vengono spesso proposti come soluzione ottimale al problema dello smaltimento dei rifiuti, meno costosa e meno pericolosa rispetto alle discariche e vecchi inceneritori. Infatti, questo tipo di impianti "trasforma" i rifiuti i in calore, in energia. Ma se così è, se solo benefici può trarne la comunità dalla installazione di un impianto di termovalorizzazione, perché nessuno lo vuole? Perché dovunque è stato proposto i cittadini si sono mobilitati per dire "no" e pensiamo ad Acerra (Sa), Paternò (Ct) alla piana fiorentina ?

La risposta è molto semplice: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma! Infatti, la presenza di cloro nei rifiuti introdotti, nelle fasi di post-combustione, fa sì che si formino molecole altamente tossiche come i furani ma soprattutto diossine. I sistemi di abbattimento e i filtri non sono in grado di proteggere la popolazione da queste sostanze altamente tossiche e nocive per la salute pubblica. Infatti le diossine, hanno comprovati effetti cancerogeni, non esiste una soglia minima di sicurezza possono essere nocive per l'uomo a qualsiasi livello di assimilazione, come stabilito dal 1994 dalla Us Environmental Protection Agency.

La lunga esposizione provo-ca effetti nocivi sull'apparato endocrino, riproduttivo, immunitario. La diossina, depositandosi, passa nei vegetali, erba soprattutto, principale alimento degli animali da pascolo. L'animale le assimila nei suoi tessuti adiposi e le passa all'uomo attraverso il latte, derivati e carni. In sostanza, l'uomo, ultimo elemento della catena alimentare, subisce la maggior esposizione a questa sostanza nociva.

Ma l'emissione dei fumi tossici non riguarderebbe solo Cutro, in quanto sito interessato, la velocità di dispersione di sostanze aeree andrebbe a col-pire tutta la zona limitrofa, con conseguente contaminazione.

Quali sarebbero gli effetti sui campii coltivati, uliveti e aranceti di cui è florida tutta quella zona ?

Uno studio condotto dal dott. Alberto Famà sulla questione ha reso noto che solo 2% della diossina si deposita nel terreno circostante 1 impianto, tutto il resto viene trasportata anche a grandi distanze. In particolare verrebbe assorbita dai nostri agrumi, così come dimostrato dalla ricerca tedesca sulle bucce di limone. Detta ricerca sconsiglia di realizzare tali impianti in prossimità non solo di agrumeti, ma anche di ulivi, basilico o vegetali ricchi di sostanze oleose. Quale interesse quindi potrebbe avere la popolazione di Cutro ad avere sul proprio territorio in impianto così dannoso alla salute pubblica? C'è una effettiva contropartita per il sacrificio chiesto ai cittadini ?

Non crediamo nella panacea del termovalorizzatore e non lo vogliamo sulla nostra terra. Così come il dottor Famà ha chiuso la sua inchiesta anch'io chiudo con una frase di Georges Bermanos: "Mai il male ebbe una migliore occasione di fingere di compiere opere del bene".

Il mio auspicio è che il sindaco Francesco Sulla, uomo meritevole di stima e sicuramente retto, rifletta sulla questione, ricordando sempre che il suo ruolo gli impone di pensare ai suoi cittadini prima di tutto !

Angela Chimenti
Consigliere Comitato confederale nazionale dei Verdi

 

Centrale termoelettrica di Cutro: Legambiente all’attacco
da Il Giornale di Calabria

REGGIO CALABRIA. "Sono state tante le polemiche sorte in questi giorni a proposito della sperimentazione della combustione del Cdr nella centrale termoelettrica di Cutro. Il polverone di polemiche rischia di far perdere di vista quello che è il principale responsabile di tutta la vicenda: il Commissario per l'emergenza rifiuti in Calabria". Lo sostiene, in una nota, Legambiente Calabria. "Occorre da subito sgombrare il campo - si aggiunge nella nota - da allarmismi inutili e fuorvianti. Proprio perché non c'è nulla di cui preoccuparsi se un impianto industriale esistente, come una centrale termoelettrica o un cementificio, con un adeguato sistema di combustione ed un'efficiente sezione di abbattimento fumi brucia Cdr.

Soprattutto se è un Cdr di ottima qualità secondo quanto previsto dalla normativa vigente. Anzi è per certi versi auspicabile, visto che è meglio recuperare energia dalla combustione del Cdr piuttosto che conferirlo in discarica. Tutto questo però doveva essere tenuto in considerazione anche durante la redazione del Piano regionale rifiuti. E questo in Calabria non è stato fatto. Come molti sapranno il piano della Regione predisposto dal Commissario per l'emergenza rifiuti ha previsto di avviare a incenerimento ottocento tonnellate di Cdr al giorno in due impianti di incenerimento dedicati, e cioè costruiti appositamente.

La scelta dei due inceneritori fu subito fortemente criticata dalla nostra associazione non per un'avversione ideologica alla combustione dei rifiuti, che Legambiente non ha mai avuto, ma perché il piano sembrava oggettivamente sbilanciato verso un'eccessiva termovalorizzazione dei rifiuti a discapito delle politiche di riduzione, o quanto meno di contenimento, della produzione e soprattutto del recupero di materia da raccolta differenziata. La nostra opposizione fu ancora più forte quando la seconda linea di incenerimento inizialmente prevista nella parte settentrionale della Calabria è finita accanto alla prima già in costruzione a Gioia Tauro, con immaginabili quanto ovvie diseconomie nel trasporto dei rifiuti".

"Il Commissario - prosegue la nota di Legambiente - ha quindi voluto assolutamente tenere conto della possibilità di far bruciare il combustibile in impianti industriali esistenti sul territorio regionale, neanche quando era ormai saltata la possibilità di installare la linea di incenerimento nel nord della Calabria. Ma il Commissario per l'emergenza rifiuti, che già da oltre un anno era a conoscenza della autorizzazione provinciale alla sperimentazione della co-combustione del Cdr alla centrale a biomasse di Cutro, per quale motivo la scorsa estate ha autorizzato il raddoppio dell'inceneritore di Gioa Tauro, perseverando nell'errore della scelta delle due linee di incenerimento?

Ma non poteva da subito verificare la disponibilità di utenze industriali in attività a bruciare il cdr, lasciando, come inizialmente previsto, una sola linea nell'impianto di Gioia Tauro? Visto che così non è stato fatto, adesso si rischia di aumentare ancor di più la quota giornaliera di rifiuti della Calabria che vanno ad incenerimento. Confermando nei fatti quanto denunciato dalla nostra associazione: che il Commissario vuole puntare solo sull'incenerimento, senza fare il minimo investimento sulle raccolte differenziate, che saranno 'condannate' a rimanere sulle percentuali ridicole attuali. L'ultima conferma del totale fallimento del commissariamento per l'emergenza rifiuti in Calabria".

 

Rifiuti il futuro dell'energia passa anche da lì
La situazione ideale sarebbe trattare una miscela di biomasse con un piccolo quantitativo di Cdr risolvendo i problemi delle emissioni
 

Non si comprende come possa aver potuto destare scalpore la decisione del presidente della Regione di trasferire il combustibile derivato dalla raccolta differenziata degli impianti di Lamezia e Catanzaro alla centrale termoelettrica di Cutro per motivi d'emergenza ambientale. Tutti sembrano cadere dalle nuvole, eppure quando qualche anno fa, fu scelleratamente iniziata la fermata dello stabilimento Pertusola dimenticando che, oltre a dare lavoro a mille famiglie riversava almeno 50 miliardi di vecchie lire sul mercato, in una delle riunioni fatte alla Regione alla presenza dei rappresentanti dei quadri aziendali che si volevano coinvolgere nella formazione di una società di dipendenti per la gestione della bonifica, dei sindacati, della Provincia e dell'Eni, venne a galla la notizia sulla possibilità che nell'area di Pertusola fosse istallato un termovalorizzatore.

L'On. Italo Reale, commissario all'emergenza rifiuti, non riusciva a rifilarlo al comune di Rende e così provò a sondare i primi umori, ma un coro unanime disse no a questa possibilità e per qual-che anno non se ne sentì più parlare.

La notizia fu riportata sulla stampa locale, che inoltre per anni sprecò fiumi d'inchiostro sulla questione Pertusola, per la salvaguardia non solo dei posti di lavoro ma soprattutto per il mantenimento delle attività industriali a Crotone. Lo stabilimento Pertusola dopo la fermata, la messa in sicurezza degli impianti e il trattamento di tutti i materiali tossici e nocivi contenuti, nel rispetto delle norme vigenti, poi definitivamente chiuso nell'attesa ancora oggi di un progetto serio per labonifica.

Mentre anche i quadri aziendali (primo caso in Italia) venivano indegnamente collocati a rotazione in cassa integrazione, non si parlò più di termovalorizzatori, ma si costruivano altri inceneri-tori con altri nomi che tecnicamente potevano trattare anche combustibili provenienti da rifiuti.

Questo lo sapeva non solo chi li progettava e li costruiva e gli stessi dipendenti che vi lavorano, ma anche chi concedeva le autorizzazioni, perché quegli impianti sono nati con finanziamenti dello stato (contratti d'area).

I rifiuti solidi urbani (Rsu) sono un grosso problema, perché prodotti in quantità elevata; secondo quanto prevede il decreto Ronchi, non possono essere inviati a discarica tal quali, sia perché non si dispone di aree infinitamente grandi da ospitarli, anche temporaneamente, sia perché non si può più sprecare quanto in essi di pregiato è presente. Risulta necessario ridurre il rifiuto all'origine, eseguire una raccolta differenziata, il riciclaggio di tutti i materiali contenuti (vetro, alluminio plastica, ferro, carta), che così vengono inviati ciascuno agli impianti di produzione. Rimane alla fine un quantitativo ridotto, intorno al 30% dell'intero volume senza alcun valore aggiunto che dovrebbe essere collocato in una discarica idonea ad ospitare i rifiuti solidi urbani.

Le discariche però prima o poi si riempiono tutte, bisogna metterle in sicurezza e custodirle e si rende necessario trovare altri siti, affrontando le ostilità dei cittadini e dei privati, provvedere alle autorizzazioni, alla realizzazione dell'impermeabilizzazione del fondo, alla raccolta e al trattamento del liquido di liscivio che si produce nel tempo. Tutto molto complicato e dispendioso, pertanto risulta molto più semplice, come stanno facendo alcuni paesi europei come la Germania, inviare le balle di rifiuti (Cdr) agli inceneritori meglio chiamati termovalorizzatori.

Questa operazione ha un doppio vantaggio: quello di ridurre il volume di rifiuti rimasto dopo la raccolta differenziata, producendo calore, vapore ed energia elettrica, e di raccogliere come residuo le ceneri che sono un ottimo concime.

Dalla stampa nazionale spesso si legge che per fare fronte a situazioni di emergenza la Regione Campania, a sue spese, provvede a spedire, pagando naturalmente il costo di trattamento, le balle di Cdr negli impianti esistenti in Germania, che a sua volta ricevono tutti i vantaggi legati alla vendita di vapore ed energia elettrica, magari alla stessa Italia che, avendo anche abbandonato l'avventura del nucleare, acquista dall'estero anche l'energia elettrica.

La scelta caduta sullo stabilimento Eta di Cutro di proprietà della famiglia Marcegaglia non è una scelta casuale. L'impianto è, infatti, nato per trattare le biomasse cioè la parte organica derivata dagli scarti delle industrie zootecniche ed agricole, i residui di altre lavorazioni e i rifiuti. I più comuni materiali organici sono la paglia di cereali, i resti delle potature di alberi, i rifiuti solidi urbani, il cippato di legno, la pula del riso, la sansa, la vinaccia.

Gli impianti costruiti nella provincia sono tre di potenza differente e cioè rispettivamente di 40 Mw/h a Strongoli, di 20 Mw/h a Crotone e di 16 Mw/h a Cutro. Tutti hanno una taglia non elevata a causa dell'elevato quantitativo di materiale trattato, da 25 a 50 tonnellate ogni ora, avente un potere calorifico più basso dei combustibili di tipo tradizionale derivati dal petrolio; si pensi che la centrale di Montalto di Castro, alimentata con olio combustibile e gas metano, ha una potenzialità di 4800 MW/h.

Le centrali a biomasse sono considerate oggi le principali fonti di energia alternativa rinnovabile ed inesauribile, perché le altre forme di energie alternative come la geotermica, le maree, l'eolica, la solare e l'idroelettrica trovano almeno in Italia difficoltà a decollare per diventare veramente un alternativa al petrolio ed il referendum contro il nucleare ha inoltre impedito lo sviluppo di questo tipo di energia e fatto chiudere anche le quattro centrali in marcia dal 1964.

Tutte le centrali a biomasse sono simili alle tradizionali centrali termoelettriche e nucleari. Negli impianti a combustibile tradizionale esiste un bruciatore per metano, Gpl, olio combustibile, nafta, polverino di carbone miscelato ad acqua; negli impianti a biomasse la prima parte dell'impianto è costituita da una griglia di alimentazione del forno su cui bruciano i materiali solidi. Le biomasse, infatti, preventivamente sminuzzate fino a raggiungere le dimensioni più adatte alla combustione, vengono introdotte nella ca-mera di combustione avanzando su una griglia mentre un ventilatore soffia aria in quantità necessaria per garantire la combustione uniforme, e le ceneri prodotte, vengono scaricate dal fondo della camera di combustione.

L'impianto di Cutro ha, in più rispetto ad altri, un forno con un letto fluido a base di silice tenuta in sospensione dall'aria soffiata da ugelli posti in basso. Dall'alto con dei nastri avviene il caricamento del materiale da bruciare dopo che alcune lance a metano ed olio combustibile portano la temperatura di combustione ad almeno 800°c. La silice ed il materiale caricato rimangono in sospensione come se fossero dei fluidi avvenendo la combustione e la produzione del calore. La silice inoltre svolge la funzione di abrasivo sul materiale da bruciare riducendolo in polvere e migliorando sensibilmente la resa della combustione.

Il resto dell'impianto è costituto da una alimentazione automatica del combustibile con controllo dell'ossigeno, della temperatura e dei gas di scarico, da una caldaia a tubi d'acqua dove, per effetto del calore l'acqua contenuta nel fascio tubiero, viene portata allo stato di vapore, da una turbina collegata ad un alternatore sincrono che durante la rotazione produce energia elettrica, da un condensatore, e dalle pompe di ricircolo.

Il problema più grosso è la qualità delle emissioni all'atmosfera. Si parla addirittura di impatto ambientale per una centrale turbogas che bruciando metano non inquina affatto, ci sarebbe da valutare bene il processo di abbattimento delle emissioni quando queste trattano anche combustibili provenienti dai rifiuti solidi urbani. Questi necessitano, infatti, di trattamenti supplementari adeguando gli impianti per la completa distruzione delle sostanze organiche e del cloro presenti, seguono altri trattamenti aggiuntivi alla filtratura meccanica, elettrostatica e all'abbattimento ad acqua, provvedendo a scaricare alla ciminiera all'altezza più elevata possibile per aumentare il tiraggio e la diluizione attraverso lo sfruttamento della velocità dei venti. Risulta necessario il controllo della diossina prodotta pro-veniente principalmente dai materiali plastici degli imballaggi.

Attraverso un adeguato processo di controllo di emissioni si può dotare l'impianto del totale abbattimento di polveri, fumi, nebbie, ossidi di carbonio, azoto e zolfo, idrocarburi. Le norme vigenti fissano le concentrazioni massime ammissibili delle emissioni in atmosfera per ogni sostanza tossica rendendosi necessario un controllo non solo da parte dei laboratori delle aziende, ma anche della Provincia e dell'Asl. La situazione ideale sarebbe quella di trattare una miscela di biomasse con un piccolo quantitativo di Cdr, max il 20%, risolvendo i problemi ambientali legati alle emissioni; ciò farebbe fronte alle emergenze dell'accumulo dei rifiuti da collocare a discarica, garantirebbe vita all'impianto, prospettive di sviluppo e garanzia dei posti di lavoro, perché per il trattamento l'azienda riceve dei soldi che consentono di compensare buona parte dei costi di produzione.

Si ricorda che adesso le centrali a biomasse macinano utili perché utilizzano fonti alternative rinnovabili e lo stato copre una parte dei maggiori costi di produzione del kW/h. Enel Distribuzione acquista ormai sul mercato da Enel Produzione, come da qualunque altro privato e dall' estero ed al costo più basso; il costo di produzione di ogni kW/h per le economie di scala è molto più basso per le megacentrali come Montalto di Castro o Rossano, rispetto alle centrali più piccole come Crotone o Cutro. Quando queste integrazioni saranno eliminate non c'è assoluta possibilità di sopravvivenza per qualunque centrale a biomasse che non tratti almeno quantitativi minimi di combustibili da rifiuti, tenendo conto anche di tutti i rischi e le difficoltà di approvvigionamento delle enormi quantità di legno da utilizzare.

Ing. Walter Frisina

 

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